Home sweet home

Le campane suonano sei rintocchi. E mezzo. Il corso è semideserto mentre torno indietro. La voglia di vedere il lago mi è passata quando ho visto, oltre la piazza, un muro di oscurità e nebbia al posto di acqua e montagne.

Passo i negozi del corso, riconoscendone solo alcuni. Questa città sembra avere un amore smodato per le gelaterie, le valigerie e i negozi di intimo. Il negozio della Levi’s non c’è più e non ricordo il nome di quel bar prima che cambiasse gestione.

Tutto è familiare ed estraneo allo stesso tempo. Da due anni. Lo è soprattutto qui, nella città in cui sono cresciuta e che ho lasciato per Milano. Ricordo un’adolescenza sofferta, mai veramente a mio agio se non con chi non si adattava.

Ripercorro la via in cui ho vissuto: ha un aspetto malconcio, forse amplificato dal buio. Il marciapiede pieno di buche, il condominio trascurato. Fuori da un negozio il cartello: Chiuso per ferie, riapriremo quando vedete aperto. Faccio una smorfia sotto la FFP2.

Sono quasi arrivata. Passo il posto in cui parcheggiavo la bici sotto chiave, che ora è un locale immondizia. Non mi sento a casa qui, a Milano, a Ravenna; non negli ultimi tempi in UK. Il concetto casa mi sfugge, non so definirlo. È un posto fisico in cui si decide di riporre fiducia, o un metaforico angolo di serenità?

Si può trovare un equilibrio tra i due?

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